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Siria, un paese che vuole rinascere

 
Siria, un paese che vuole rinascere
 
“Se ci ridanno la pace e la sicurezza la Siria resusciterà rapidamente perché la gente ha amore per il proprio paese, ha grandi capacità e tanta voglia di lavorare.” Jean-Abdo Arbach, vescovo dei melchiti, i greco-cattolici, ad Homs, seconda diocesi siriana per numero di fedeli cristiani, ne è fermamente convinto.
 
 
Incontrarci con lui, all’inizio del periodo di permanenza in Siria per dare il nostro sostegno alle iniziative dell’Associazione Azione per un Mondo Unito, l’ONG del Movimento dei Focolari attiva in Siria dal 2011, quando è scoppiata la guerra, al servizio di cristiani e mussulmani, ci è di luce per comprendere almeno un po’ il dramma ed il caos in cui è precipitato il paese. “Pensavano di abbattere Bashar Al Assad in poco tempo - ci spiega - , ma si sono sbagliati. Quando sono entrato nel vescovado, l’11 maggio 2014, non appena il centro era stato liberato dall’esercito, mi sono accorto subito che l’edificio era divenuto il quartier generale dei ribelli. Ebbene, ho trovato una scatola di passaporti e documenti, verosimilmente appartenuti a coloro che vi avevano dimorato: quale sorpresa quando m’accorsi che ce n’erano anche di statunitensi e di israeliani...” 
L’attigua chiesa è stata danneggiata da colpi ripetuti di artiglieria: i muratori, mussulmani, stanno riparando le ultime “ferite” del luogo di culto: “Anche delle icone sacre sono state danneggiate, ma almeno la chiesa non è stata trasformata in qualcosa di poco lecito: era un ospedale con 45 letti, ottime apparecchiature e una stanza intera piena di medicine. Tutto made in France… Oggi la Siria è pronta a riaccogliere chi vuole tornare: i moderati torneranno, gli estremisti no, perché staranno in occidente che li ha finanziati.”
I numeri della tragedia parlano da soli: un paese con 21 milioni di abitanti, conta oggi più di 500.000 morti, un milione e mezzo di feriti di guerra, più di 70.000 rapiti o dispersi, 7 milioni di persone che hanno lasciato la loro casa (2 milioni nei campi profughi in Libano e Giordania o emigrate in occidente), 20.000 bambini senza genitori. I morti, le macerie, l’embargo e la svalutazione hanno prostrato il paese: medici, professori, intellettuali, imprenditori se ne sono andati. Il 70 per cento del territorio è oggi sotto il controllo del governo, ma oltre ai curdi, che hanno in mano il nord del paese, sono ancora in mano ai ribelli diverse sacche di resistenza. 
Bashar al Assad, alawita, espressione esoterica sciita, governa un paese a grande maggioranza sunnita grazie al sostegno dell’alta borghesia e dei militari che hanno rafforzato il loro potere da quando hanno messo a tacere l’opposizione. Bashar, nel 2000, ha ereditato il paese dal padre Hafez che l’aveva governato per 30 anni secondo i dettami del partito Bath che si ispira a “unità, libertà, socialismo” per creare un paese laico, slegato dall’identità religiosa. 48 anni di potere “familiare”, senza possibilità di opposizione, segnati da aperture democratiche e liberalizzazioni, ma anche da misure oppressive della libertà e da feroci repressioni. Un clima pesante che ha fatto scoppiare, nel 2011, i primi focolai di rivolta, repressi con il sangue o il carcere, una protesta di piazza di cui si è impossessato rapidamente l’integralismo religioso – politico di una smisurata galassia di gruppi di ribelli armati (attualmente 165 le sigle “riconosciute” con combattenti effettivi da 105 nazioni!), fra i quali l’ISIS. Il fronte occidentale – saudita, interessato anche alla costruzione di un gasdotto verso l’Europa che attraversi la Siria in competizione con le forniture russe all’Europa, ha scelto a quel punto di sostenere economicamente (650 miliardi di dollari in 7 anni) e militarmente, l’opposizione “moderata” alla repressione sanguinaria perpetrata dal governo siriano, un sostegno che è andato rapidamente (e inaspettatamente?) ad alimentare le ambizioni e la ferocia dei ribelli più estremisti. L’Unione Europea si è ufficialmente “astenuta” dal sostegno all’opposizione moderata: nei fatti, risulta la grande silenziosa assente dal tavolo che dovrebbe e potrebbe cercare di porre fine a quella che è definita una “guerra mondiale per procura”. A fianco della Siria sono intervenuti Russia, Cina e soprattutto Iran. Le conseguenze di questa guerra civile manovrata a distanza dalle potenze economiche e politiche che hanno interessi sul Medio Oriente le ha pagate e le sta pagando la popolazione civile, massacrata dalle bombe dei ribelli, da una parte, e dell’esercito, dall’altra, due fronti opposti con cui è stata, suo malgardo, costretta a schierarsi: sono poche le famiglie che non piangono morti, rapiti, dispersi o fuggiti all’estero.
 
Siria, un paese che vuole rinascere
 
Restiamo colpiti dall’operosità fattiva della gente e dall’accoglienza generosa. In palazzi semidistrutti scorgiamo appartamenti ristrutturati con cura, così come fra saracinesche divelte, qualcuno ha riaperto il suo negozietto. In ogni casa che visitiamo è una corsa ad offrirci le più delicate specialità siriane. Nel suk, il mercato coperto, fra profumi ed odori inimmaginabili, i negozianti ci offrono i loro prodotti. E chiedono un selfie: siamo i primi occidentali che vedono dal 2011…
I cristiani, prima della guerra, rappresentavano il 10 per cento della popolazione: ora sono meno del 5 per cento. La loro presenza in questa terra martoriata è fondamentale. Ce ne spiega i motivi il Nunzio in Siria, monsignor Marco Zenari, oggi cardinale, che incontriamo a Damasco: “I cristiani, nella piena libertà, ovvero se ne hanno la possibilità e se se la sentono, devono restare. Per almeno due motivi: perché la loro testimonianza di fede è fondamentale e per amore della patria da ricostruire. La attuale patria può piacere o non piacere, ma va ricostruita.”
La Chiesa ha investito cifre importanti in questi anni per l’aiuto ai cristiani rimasti e per la ricostruzione del paese. In concreto mantiene operativi i due ospedali, quello “francese” e quello “italiano”, a Damasco e quello di Aleppo: sono stracolmi di pazienti a cui non viene chiesto a che religione appartengono, ma solo se sono poveri. “Quando ho visitato l’ospedale di Aleppo – ci racconta Zenari - , un anziano mussulmano ricoverato mi ha accolto con un sorriso riconoscente esclamando: “Allah akbar! (Dio è il più grande! N.d.r.) Ha mandato gli infedeli a prendersi cura di noi ed a salvarci!” Ogni famiglia cristiana che se ne va è una finestra della società che si chiude perché tutti riconoscono che i cristiani hanno fede e sono i più aperti. La presenza della Chiesa si esprime con la preghiera, l’aiuto economico, l’impegno nella diplomazia internazionale per porre fine al conflitto, l’impegno per ritrovare i prigionieri e le persone scomparse.” Tra questi, due vescovi ortodossi, due giovani sacerdoti cattolici, alcuni catechisti e padre Dall’Oglio di cui non si hanno notizie da 5 anni.
“La bomba più grande che ha colpito la Siria - conclude Zenari - è la povertà che oggi colpisce il 70% della popolazione”. Oltre il 50 per cento delle strutture sanitarie è inagibile, così come una scuola su tre, con la conseguenza che 3 milioni di bambini quest’anno non potranno andare a scuola.
Chiediamo a tutti, prima di ripartire, cosa possiamo fare per la Siria. La risposta, unanime, è una sola: “Pregate per noi, aiutateci economicamente, ma soprattutto raccontate quello che avete visto. I media, condizionati dagli interessi politici ed economici, non raccontano tutta la verità. Raccontate che vogliamo la pace, vogliamo che venga tolto l’embargo. E vogliamo rinascere: abbiamo le forze e la volontà per farlo, ma abbiamo bisogno che cambi lo sguardo dell’Occidente nei nostri confronti. Non siamo terroristi: da secoli cerchiamo di vivere insieme pacificamente cristiani, e mussulmani di diverse denominazioni.”
 
Maria Stella, Lucia e Paolo Crepaz
 
E’ possibile sostenere i progetti in Siria versando un contributo all’Associazione Azione per un Mondo Unito ONLUS, Via Frascati n. 342 - 00040 Rocca di Papa (RM):
- c/c Banca Popolare Etica, Filiale di Roma IBAN IT16G0501803200000000120434 SWIFT: CCRTIT2184D 
- c/c postale n. 81065005 codice IBAN: IT74D0760103200000081065005 codice SWIFT/BIC: BPPIITRRXXX 
Causale: EMERGENZA SIRIA
I contributi versati sono deducibili dal reddito secondo la normativa prevista per le ONLUS, fino al 10% del reddito e con il limite di € 70.000 annuali.
 


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