Joe Sopala
giovane statunitense, |
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Erano i mitici Sessanta, anni della rivoluzione, degli hippy, nei quali i focolarini avevano nel cuore un’altra rivoluzione: quella dell’amore. Il movimento si era sparso dai Grandi laghi al deserto dell’Arizona e aveva creato ponti con persone di altre Chiese cristiane e anche di altre religioni. |
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Io cresco ai confini di un quartiere afro-americano a Chicago, una città con una lunga storia di razzismo. C’è un contrasto forte tra l’amore e l’unità che vivo in famiglia e l’odio e la divisione che vivo nella strada. Vivo in due mondi: ogni giorno è una vera e propria scommessa. Quando esco di casa non so se tornerò tutto intero, schivando sassi, bottiglie e sguardi minacciosi. Man mano che passano gli anni divento sempre più parte della strada: stesso modo di parlare, stesso modo di vestire, stessa musica da ascoltare. Con un gruppo di ragazzi del focolare scendiamo nel quartiere in azioni sempre efficaci. |
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Ma un giorno dentro di me qualcosa si rompe: non ha più senso quello che faccio, le scelte eroiche diventano un’abitudine, i valori una banalità. Di colpo mi trovo senza un motivo per cui vivere. Una mattina, guardandomi allo specchio, vedo sul mio volto un’espressione di vuoto. Come era piena la vita di prima! Allora mi rivolgo a Dio e gli lancio una sfida: ‘Senti, io non sono sicuro neanche che tu esisti, ma se esisti ti concedo quest’anno per farti vedere. Se mi mostrerai la tua faccia entro quest’anno ti dono la mia vita per sempre’. |
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Da quel giorno non si scherza più: voglio giocare la mia vita per l’unica cosa in cui veramente ormai credo. Nasce dentro un’esigenza di seguire Gesù e mi sento quasi accecato da una luce dell’unità che mi circonda. |
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