Anna Fratta

medico italiano, ha vissuto a lungo in Ddr e in Polonia.

Era l’agosto del lontano 1962 quando varcai, insieme ad altri due medici focolarini, il famoso muro di Berlino. Iniziò così la mia avventura oltrecortina.

 

L’ospedale dove iniziammo a lavorare era grande, i malati tanti, ma pochi i medici. Tanti, troppi, erano fuggiti dalla Germania orientale in cerca di benessere e libertà, prospettive per il futuro, e tra questi moltissimi medici e infermieri; per questo la Stasi - la polizia di Stato -, dopo averci studiato per molti mesi, ci permise di entrare e di poter lavorare. Ne avevano urgente bisogno.

 

Già nel maggio del 1961, però, proprio poco prima che fosse eretto il muro, altri due medici, anch’essi focolarini, ci avevano preceduto a Lipsia, per lavorare in un ospedale cattolico; mentre nel gennaio del ‘62, Natalia Dallapiccola, - trentina, la prima compagna di Chiara ancora negli anni ’43 -, dopo essere stata sottoposta a lunghi interrogatori per più giorni in un lager, ottenne il permesso di stabilirsi a Lipsia, insieme con altre due focolarine, una dottoressa e un’infermiera, tedesche della Germania occidentale, che rinunciarono volontariamente alla loro libertà per andare ad aiutare quella porzione di popolo che viveva al di là della cortina.  

E così, non senza difficoltà, ha iniziato a prender vita il movimento in quelle terre. E dalla Germania orientale, nonostante il regime dominante, il movimento si è diffuso ben presto negli altri paesi dell’allora blocco sovietico, ancor prima della caduta del muro: Polonia, Ungheria, Siberia, Cecoslovacchia... Contemporaneamente, più a sud, questo spirito iniziò a penetrare nella penisola dei Balcani, in Romania ed in Bulgaria. Oggi ci sono persone che vivono questo ideale di unità in tutti i paesi balcanici, dalla Slovenia alla Macedonia.

Come è potuto accadere tutto ciò? La risposta è semplice: abbiamo cercato di amare tutti, amici e non amici - questa era la nostra arma e la nostra difesa -, e abbiamo cercato di rispettare le leggi, per quanto possibile, aiutando coloro che erano con noi ad essere dei buoni cittadini, senza compromessi, ad avere un atteggiamento non di attacco (era questo, in genere, un modo di opporsi allora al regime), ma di amore; valorizzando quei valori umani che pure c’erano. E l’amore, si sa, disarma.

 


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