L'Adige, 13.04.2008

 

di Gianpaolo Andreatta


U
n mese fa moriva Chiara Lubich. Il rappresentante della chiesa anglicana, ricordando in San Paolo la tensione di Chiara verso «l’unità» affermava che «per gli anglicani - ripetendo a scanso di equivoci per gli anglicani - Chiara Lubich sembrava più anglicana che cattolica». Questa affermazione, di paradossale eleganza, mi ha riportato ad una vicenda legata al modo di sentire «l’unità» fin dai primi anni del movimento, sulla quale ho avuto modo di avere con Chiara Lubich uno scambio epistolare molto franco.
La vicenda si colloca nel contesto del grande scontro ideologico del 1948 fra la Dc di Alcide Degasperi e il Pci di Palmiro Togliatti; la Chiesa, nella sua espressione gerarchica, chiese ed ottenne allora «l’unità» dei cattolici attorno alla Dc per far fronte comune contro il Pci, ateo e materialista. Si  trattava di una richiesta di unità tutta interna ad una Chiesa chiusa ed arroccata in difesa, l’esatto opposto di quel «che tutti siano uno», sulla copertina del libretto
per la messa di saluto in San Paolo il 18 marzo 2008.

Chiara Lubich, a differenza dei più, e fra questi il sottoscritto, avvertiva il limite di tale tipo di richiesta, che poteva forse essere anche funzionale alla vittoria contro il comunismo ma che, in ogni caso, non esprimeva la dimensione etica della spinta paolina «charitas urget nos».
Su questo punto fu allora scontro, e poiché lo scontro veniva declinato in termini di dentro o fuori la comune comunità di fede, era scontro duro; da quasi scomunica, se non fosse stato per la presenza di un Vescovo, ritenuto da quasi tutti un inetto, che da un lato proteggeva i focolarini e dall’altro lato firmava appelli per la «crociata», il più spesso scritti in altre sedi da altri.
Alla fine - e qui è il nocciolo della vicenda - Chiara Lubich si convinse a scrivere un documento, giudicato dai benpensanti «en tacon pezo del buso», che comunque, come i più, non ho letto, e che ho visto per la prima volta riportato nel libro «Erano i tempi di guerra» (edizioni Città nuova 2007) presentato a Trento da Andrea Riccardi qualche mese fa.
Trascrivo alcune frasi di questo documento indirizzato alle focolarine, e articolato in nove punti, in nessuno dei quali figurava la parola elezioni. «La crociata (il termine è sottolineato nel testo) non ha iniziative proprie - scrive la Lubich - ma solo il compito di evangelizzarsi (sic!) nell’amore, per essere di tutti al servizio di tutti servi di tutti».
«Occupate (per la crociata n.d.a.) tutto il tempo che sopravanza ai vostri doveri… (sottolineato nel testo); presentatevi molto serie e unite fra di voi...; abbiate un cuore largo che ama tutti... e (sottolineato nel testo) soprattutto in tutto e per tutte siate segni di uno spirito prettamente sovrannaturale che ci fa vedere Gesù in tutti, giudicare nessuno, commentare nessuno».
Leggendo qualche giorno dopo la presentazione del libro, per la prima volta e dopo molto tempo, l’incredibile intervento per quella «crociata», mi venne spontaneo di ringraziare la Provvidenza, per non avermelo fatto leggere a suo tempo vivendo tuttavia insieme il sospetto di una sottostante regia per la quale le cose Sue il Signore le nasconde ai potenti per rivelarle agli umili.
Lo scambio epistolare che evoca questa vicenda, parte da una lettera datata 20 maggio 2004, che ho steso e preventivamente sottoposto a Lucia Fronza con la collaborazione non soltanto dattilografica ma anche critica di Mariachiara Franzoia. Lucia Fronza, sempre tramite la Franzoia, mi risponde subito invitandomi a spedire quello scritto «che sarebbe stato per Chiara un dono». Lo trascrivo nella sua parte centrale.
«A partire da aspirante mi è stato sempre insegnato a diffidare di voi (i focolarini per intendersi) e da dirigente diocesano juniores, fino a facente funzione di segretario della giunta diocesana di Ac, ho sempre fatto del mio meglio per contrastarvi.
Per il sottoscritto e per quanti la pensavano come me la Chiesa era nelle «costitutiones» del
Tridentino; il catechismo tridentino era la nostra fonte di ispirazione e i comandamenti la nostra regola di comportamento. Del tutto sconosciuto l’Antico testamento e solo qualche sporadico accenno al nuovo, del quale si raccomandava una lettura prudente e, se è possibile «interpretata» dal sacerdote; la raccomandazione valeva soprattutto per Paolo.
Il comunismo ateo cingeva d’assedio la città di Dio e noi eravamo «arditi della fede » militanti in quella «falange di Cristo redentor» che, ad «un cenno della voce» di Pio XII si trasformava in «esercito all’altar».
Come era possibile in questa situazione avere fiducia in voi che predicate l’amore verso tutti, comunisti compresi? La genesi nel suo movimento, o meglio, l’occasione prossima della sua nascita, viene fatta risalire da Lei e dai Suoi amici alla guerra. Certo c’è stata la guerra e, anche a Trento, con i bombardamenti si è potuto percepire la dimensione umana dell’odio.
Non conoscevamo tuttavia Auschwitz e non avevamo quindi presente il versante teologico di questo evento sconvolgente. La guerra, non mi sembra quindi convincente come quadro storico reale per l’origine del Movimento. Personalmente e come credente che l’ha combattuta convinto di agire nel nome dello stesso Gesù nel quale entrambi crediamo, ritengo che il quadro e la genesi storica del Suo movimento, vada ricercata in quelle «doglie della Chiesa» che precedettero la nascita del Ventiquattresimo Giovanni, se si conta in questa scansione anche l’apostolo prediletto dell’Apocalisse».
A questa nota Chiara Lubich mi rispondeva con lettera autografa di data 24 giugno 2004, dalla quale estraggo parte del pensiero centrale. «Il Signore ha permesso che per strade diverse ci incontrassimo nuovamente: abbiamo infatti in comune - continua più avanti - un amore appassionato per la Chiesa».
L’incontro, permesso dal Signore, dopo aver percorso strade diverse, diventava dunque la soluzione naturale di uno scontro politico-ecclesiale che tuttavia fondava la sua ragion d’essere in un comune «amore per la Chiesa», comunque declinato.
E così, fra la folla del sagrato davanti alla Basilica di S. Paolo - evocativa per me del gesto di «incontro» dell’abate trentino dom Giuseppe Nardin, che ferma la processione delle catene dell’apostolo davanti alla casa del suo predecessore dom Franzoni, fuori dalla comunità ecclesiastica istituzionale - meditavo sulle parole dell’anglicano intorno ai confini di una chiesa dove il credente, per «strade diverse», può incontrarsi per quel «comune amore» che riesce a farlo più anglicano, più ebreo, e più mussulmano degli stessi anglicani, degli stessi ebrei, degli stessi mussulmani.
 

Gianpaolo Andreatta