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Il lungo addio della fondatrice
che ha insegnato a tutti l'unità.
Lo chiedeva da
alcuni giorni, dopo il suo ricovero all'ospedale Gemelli di Roma:
«Cosa facciamo qui? Andiamo a casa». L'hanno accontentata.
E nel suo «focolare» di Rocca di Papa, dove ha sede il movimento da lei
fondato a Trento nel dopoguerra, l'altra notte alle due Chiara Lubich è
morta, entrando nella casa del Padre.
Un trapasso sereno, un respiro sempre più lento, un congedo dalle
compagne antiche e nuove, dagli amici come il cardinale Vlk di Praga, o
il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, dai responsabili focolarini
accorsi a Roma da tutto il mondo per «vivere ciò che sarà», come ha
dichiarato un loro esponente. Le ultime parole sono state per Maria, cui
il movimento è dedicato, la «Regina Pacis» alla quale Chiara Lubich si
rivolgeva durante i bombardamenti su Trento nel 1943, e che l'altra
notte è ritornata a darle pace. E' difficile per un movimento religioso,
con milioni di aderenti in tutto il mondo, il passaggio dal carisma
della fondatrice alla quotidianità senza la sua presenza. Ma i Focolari
sono saldi, ed anche umili. La loro forza è la sobrietà. Sanno che
Chiara li aiuterà.
Con Chiara Lubich, 88 anni, nata a Trento, in Via Prepositura nel
1920, lo stesso anno di Papa Wojtyla, scompare un gigante della
modernità spirituale. Se ne va una donna che ha saputo interpetare il
bisogno di riscatto e unità di un secolo lacerato da guerre e violenze,
dominato da forze che, per la prima volta nella storia, sono in grado di
distruggere la vita: la bomba atomica, il Dna con le successive
manipolazioni, i cambiamenti climatici, la virtualità mediatica. Chiara
Lubich ha maturato la sua vocazione durante la guerra, nel terrore dei
bombardamenti, dentro il buio di questi presagi, superandoli però con un
rilancio di fede, ed appoggiando la sua vita ad una spiritualità non
astratta, non solitaria, ma di profonda fratellanza.
Ha superato anche le barriere clericali per far capire «cosa » può
essere Chiesa: una casa, un focolare, un trovarsi insieme senza chiedere
provenienze, una donna che unisce. Perchè se il sacerdote celebra i
sacramenti è la donna, Maria, che unisce gli apostoli dispersi. I
Focolari, che nascono dal francescanesimo, hanno per motto «unità»,
quasi un quarto voto, dopo quelli di povertà, castità e ubbidienza.
Nel Novecento diviso Chiara ha portato la testimonianza di una donna,
di una spiritualità femminile, che sa amare prima che ragionare. Ma
amare significa anche fare, e Chiara Lubich ha portato il messaggio
cristiano dentro le cose del mondo, nelle famiglie, sul lavoro,
nell'economia di comunione, nell'università, nei giornali. Le donne sono
state le prime testimoni della resurrezione di Cristo e possono quindi
testimoniare, con la loro vita, come la «morte di Dio» sia una truffa
dei filosofi, mentre Dio continua a rivelarsi, con Cristo, ogni giorno.
A guardarla in retrospettiva, lungo tutto il XX secolo, la vita di
Chiara Lubich appare davvero una testimonianza unica per far capire che
Dio non è morto. Abbandonato sì. Tradito dai cristiani, lacerato dalle
fazioni, ma sempre capace di riproporsi in chi lo segue. Non a caso
Chiara Lubich è arrivata alla luce, alla speranza, dalla notte che il
mondo attualmente vive. La sua meditazione iniziale riguarda la notte
nell'orto degli olivi, l'agonia di Gesù, quando il Cristo viene
«dimenticato» dai discepoli immersi nel sonno, quando teme di essere
abbandonato dallo stesso Padre. E però dall'abbandono il «movimento» di
Chiara riprende passo passo il suo cammino, costruendo focolari,
cittadelle, giornali, università, luoghi di incontro. Perchè - e qui sta
l'intuizione grande - l'abbandono che Cristo ha sofferto è quello che
ogni persona avverte nella notte della sua vita, quando si sente
abbandonata e tradita dai più vicini e dai più cari, dagli amici, dai
compagni, dai mariti, dalle mogli, dai figli. Mentre tutti si sentono
soli è proprio l'abbandono che spinge ad unirsi.
Si spiega così anche il vastissimo impatto ecumenico ed
interreligioso che il movimento dei Focolari ha. Uno fra i primi a
inviare un messaggio per la morte di Chiara Lubich è stato l'iman di
Trento, Breigheche. Chiara è stata l'unica donna, cristiana, a parlare
ad un'assemblea islamica, frequenti sono stati i suoi contatti con il
Dalai Lama, mentre le straordinarie giornate di Stoccarda, nell'incontro
fra cattolici, luterani, anglicani, ortodossi, porta il segno del suo
carisma.
Chiara Lubich, al suo fondo, era sicuramente una mistica ma, simile in
questo al suo «coetaneo» Giovanni Paolo II, faceva del misticismo un
motore di azione, con una visione anche gioiosa della vita. Nel mondo le
donne devono vivere, non chiuse in convento. E' stata questa la sua
grande innovazione.
L'impronta le è venuta anche dalla sua nascita trentina,
dall'infanzia dentro una famiglia che si amava, con il papà tipografo,
socialista, amico di Cesare Battisti che fu il primo a capire la sua
vocazione, e la mamma dedicata ad una religiosità sociale, di aiuto ai
poveri, secondo le migliori tradizoni della solidarietà trentina, che
stentò, invece, ad accettarla. Poi l'incontro con l'Azione Cattolica, ma
anche con gli insegnanti laici delle Magistrali, i campeggi con i cori
attorno al fuoco, ma anche l'incontro con la politica, con Degasperi,
con Igino Giordani, deputato alla Costituente, da Chiara sempre
considerato «cofondatore » del suo movimento.
L'approdo a Roma le creò alcune incomprensioni: cosa volevano
quelle ragazze che vivevano in piccoli appartamenti, invece che andare
in convento? Ai suoi inizi il movimento dei Focolari non lasciava
intendere ciò che sarebbe diventato. Sembrava una devozione con
particolare cura alla carità e alla famiglia. E invece il carisma
dell'«unità» a poco a poco si trasformò in una missione che non si
proponeva di «copiare » gli uomini, neppure i sacerdoti, ma di andare
oltre. A una donna si dicono cose che a un uomo, neppure in confessione
si direbbero, una donna non ha bisogno del sacerdozio femminile per
tenere insieme (o ricostruire, come le case dopo i bombardamenti) una
comunità. Si spalanca un futuro imperscrutabile, nella Chiesa e nella
comunità, dopo la morte di Chiara.
Nel 2001 Chiara Lubich tornò a Trento, dopo anni, per un lungo
soggiorno e venne colpita dall'accoglienza intensa della sua città,
improntata a quel cattolicesimo liberale aperto il cui segno risale al
Rosmini, al cattolicesimo sociale di don Guetti e della cooperazione,
alla vocazione ecumenica affidata da Paolo VI all'arcivescovo Gottardi.
In questa cornice Chiara Lubich lanciò il progetto di «Trento Ardente»,
di una stagione di riscoperta di spiritualità per la ricca autonomia
trentina.
E' l'impegno da seguire per chi vuole onorarla. E' anche un
cristianeismo semplice: porta a volersi bene, alla pace.
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