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È naturale che, all’indomani della scomparsa di Chiara Lubich, Trento
pensi al suo rapporto con la concittadina più nota nel mondo. Tanto
più che una riflessione su di lei forse è in grado di far riscoprire una
vocazione della nostra terra che la stessa Lubich ha saputo interpretare
e ora lascia in eredità: il rapporto fra Trento e il mondo.
C’è anche una singolare continuità fra lei e i trentini illustri di ogni
epoca, formatisi tutti quanti in relazione con altre culture fuori dal
Trentino che pure è una terra di confine. D’altra parte nella memoria
del mondo la nostra città è legata all’evento del Concilio, e perciò
all’idea che comunque quella parola evoca, conciliare tra punti di vista
differenti e unire.
Proprio queste radici conciliari, in senso buono, della nostra terra
sono state portate a frutto dalla Lubich che del rapporto col mondo ha
fatto la sua ragione di vita: costruire relazioni di dialogo pacifico
fra popoli, fra religioni, fra partiti, e in generale fra uomini di
culture differenti. In uno stile familiare e semplice, così simile a
quello di altre donne trentine del suo tempo, che tante persone nel
mondo hanno saputo riconoscere come espressione di una familiarità del
cuore, le cui ragioni si comunicano direttamente e disarmano colla
fiducia.
Ma si tratta anche di uno stile adatto alla modernità, cioè disponibile
al confronto con le grandi questioni del mondo contemporaneo avvalendosi
di mezzi adeguati e senza passatismi, e senza cadere nell’equivoco che
arbitrariamente nella stessa parola modernità si annida e fa credere a
un presente autosufficiente e più degno di ogni altra epoca. Chiara
Lubich era consapevole che in questo modo facciamo fatica a riconoscere
il buono che c’è (e non è poco) e rischiamo di ritrovarci più
disorientati davanti al male.
La nota opposizione polare – Gesù abbandonato e unità – che
caratterizza il suo messaggio parte dal problema umano di sempre, la
solitudine che può far disperare, e che proprio nella modernità ha
assunto più chiaramente i caratteri del senso dell’abbandono di Dio.
Chiara e le sue amiche perciò vanno incontro al mondo moderno
restituendo vigore a una spinta a essere uniti la cui traiettoria invero
non si è mai esaurita dopo la venuta di Cristo e l’esempio dei primi
cristiani che tanto impressionò l’antichità. Forse è poco noto che nel
1500 nasce a Salamanca tra i domenicani (vicino alla piazza poi dedicata
al Concilio di Trento) il movimento per i diritti naturali degli indios
sudamericani, mentre è senz’altro ben noto che l’idea della fratellanza
entra nella modernità a pieno titolo colla Rivoluzione francese e nel
secondo dopoguerra ispira i grandi processi di integrazione europea e
mondiale. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo parla nel
suo preambolo di famiglia umana e all’art. 1 di spirito di fratellanza.
Certo, verso la fine del secolo scorso e nei primi anni di questo, i
riflettori sono stati puntati su fatti regressivi rispetto a quello
slancio di integrazione internazionale; e il cortocircuito culturale
della cosiddetta postmodernità, alimentando sospetti sulla stessa
possibilità della parola e quindi del comunicare, indebolisce il dialogo
costruttivo, che, come dice Chiara Lubich, non avviene senza un
rispettoso annuncio.
E qui sta l’altra dimensione della sua modernità intesa come rispetto
dell’autonomia delle persone e delle culture diverse, senza scadere in
un comunitarismo che appiattirebbe il singolo e negherebbe rilievo a
quella buona volontà verso l’unità di cui il Signore si compiace. Quello
della Lubich non è, quindi, un “dialogo” funzionale a un annuncio
arrogante e rivolto a indottrinare; esso però non è nemmeno un dialogo
privo di franchezza, si può dire di “chiarezza”, riguardo al fondamento
religioso della sua proposta di unità (fondamento di fede in Dio il
quale però non è proprietà di nessuna religione). Questo stile di
dialogo è insomma la chiave della fraternità moderna di Chiara Lubich da
Trento.
Trento dunque. La nostra città non potrà evitare di avviare una
riflessione sul significato di questa testimonianza che qui ha avuto
origine per l’unità della famiglia umana e di confrontarsi con essa. Non
certo per appropriarsene in modo provinciale, ma per riscoprire la
propria vocazione ideale come comunità di persone. Il tempo è propizio,
dal momento che l’autonomia dei trentini, se non vuole rimanere
prigioniera di una circolarità decadente e anche un po’ ridicola, dovrà
pur progettare finalmente il modo e il senso del suo rapporto col mondo.
Trento con la sua storia di cooperazione e di iniziative di
solidarietà, con le ambizioni internazionali della sua Università e
dei suoi centri di ricerca e tante altre iniziative che potrebbe
intraprendere ha ora la possibilità di accogliere e proseguire la grande
eredità di Chiara Lubich. Il progetto più ambizioso, ma anche più
coerente, sarebbe proprio quello di orientare la convivenza all’invito
che da ultimo Chiara Lubich rivolse alla sua città natale: di diventare
città che promuove la fratellanza fra gli uomini, e passare così da
un’autonomia chiusa a un’autonomia relazionale e dinamica che si faccia
apprezzare anche fuori come un bene per tutti.
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