Trentino, 22.03.2008

 

di Andrea Nicolussi



È naturale che, all’indomani della scomparsa di Chiara Lubich, Trento pensi al suo rapporto con la concittadina più nota nel mondo. Tanto più che una riflessione su di lei forse è in grado di far riscoprire una vocazione della nostra terra che la stessa Lubich ha saputo interpretare e ora lascia in eredità: il rapporto fra Trento e il mondo.
C’è anche una singolare continuità fra lei e i trentini illustri di ogni epoca, formatisi tutti quanti in relazione con altre culture fuori dal Trentino che pure è una terra di confine. D’altra parte nella memoria del mondo la nostra città è legata all’evento del Concilio, e perciò all’idea che comunque quella parola evoca, conciliare tra punti di vista differenti e unire.
Proprio queste radici conciliari, in senso buono, della nostra terra sono state portate a frutto dalla Lubich che del rapporto col mondo ha fatto la sua ragione di vita: costruire relazioni di dialogo pacifico fra popoli, fra religioni, fra partiti, e in generale fra uomini di culture differenti. In uno stile familiare e semplice, così simile a quello di altre donne trentine del suo tempo, che tante persone nel mondo hanno saputo riconoscere come espressione di una familiarità del cuore, le cui ragioni si comunicano direttamente e disarmano colla fiducia.
Ma si tratta anche di uno stile adatto alla modernità, cioè disponibile al confronto con le grandi questioni del mondo contemporaneo avvalendosi di mezzi adeguati e senza passatismi, e senza cadere nell’equivoco che arbitrariamente nella stessa parola modernità si annida e fa credere a un presente autosufficiente e più degno di ogni altra epoca. Chiara Lubich era consapevole che in questo modo facciamo fatica a riconoscere il buono che c’è (e non è poco) e rischiamo di ritrovarci più disorientati davanti al male.

La nota opposizione polare – Gesù abbandonato e unità – che caratterizza il suo messaggio parte dal problema umano di sempre, la solitudine che può far disperare, e che proprio nella modernità ha assunto più chiaramente i caratteri del senso dell’abbandono di Dio. Chiara e le sue amiche perciò vanno incontro al mondo moderno restituendo vigore a una spinta a essere uniti la cui traiettoria invero non si è mai esaurita dopo la venuta di Cristo e l’esempio dei primi cristiani che tanto impressionò l’antichità. Forse è poco noto che nel 1500 nasce a Salamanca tra i domenicani (vicino alla piazza poi dedicata al Concilio di Trento) il movimento per i diritti naturali degli indios sudamericani, mentre è senz’altro ben noto che l’idea della fratellanza entra nella modernità a pieno titolo colla Rivoluzione francese e nel secondo dopoguerra ispira i grandi processi di integrazione europea e mondiale. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo parla nel suo preambolo di famiglia umana e all’art. 1 di spirito di fratellanza. Certo, verso la fine del secolo scorso e nei primi anni di questo, i riflettori sono stati puntati su fatti regressivi rispetto a quello slancio di integrazione internazionale; e il cortocircuito culturale della cosiddetta postmodernità, alimentando sospetti sulla stessa possibilità della parola e quindi del comunicare, indebolisce il dialogo costruttivo, che, come dice Chiara Lubich, non avviene senza un rispettoso annuncio.
E qui sta l’altra dimensione della sua modernità intesa come rispetto dell’autonomia delle persone e delle culture diverse, senza scadere in un comunitarismo che appiattirebbe il singolo e negherebbe rilievo a quella buona volontà verso l’unità di cui il Signore si compiace. Quello della Lubich non è, quindi, un “dialogo” funzionale a un annuncio arrogante e rivolto a indottrinare; esso però non è nemmeno un dialogo privo di franchezza, si può dire di “chiarezza”, riguardo al fondamento religioso della sua proposta di unità (fondamento di fede in Dio il quale però non è proprietà di nessuna religione). Questo stile di dialogo è insomma la chiave della fraternità moderna di Chiara Lubich da Trento.

Trento dunque. La nostra città non potrà evitare di avviare una riflessione sul significato di questa testimonianza che qui ha avuto origine per l’unità della famiglia umana e di confrontarsi con essa. Non certo per appropriarsene in modo provinciale, ma per riscoprire la propria vocazione ideale come comunità di persone. Il tempo è propizio, dal momento che l’autonomia dei trentini, se non vuole rimanere prigioniera di una circolarità decadente e anche un po’ ridicola, dovrà pur progettare finalmente il modo e il senso del suo rapporto col mondo.

Trento con la sua storia di cooperazione e di iniziative di solidarietà, con le ambizioni internazionali della sua Università e dei suoi centri di ricerca e tante altre iniziative che potrebbe intraprendere ha ora la possibilità di accogliere e proseguire la grande eredità di Chiara Lubich. Il progetto più ambizioso, ma anche più coerente, sarebbe proprio quello di orientare la convivenza all’invito che da ultimo Chiara Lubich rivolse alla sua città natale: di diventare città che promuove la fratellanza fra gli uomini, e passare così da un’autonomia chiusa a un’autonomia relazionale e dinamica che si faccia apprezzare anche fuori come un bene per tutti.
 

Andrea Nicolussi
Ordinario di Diritto civile all'Università Cattolica di Milano