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In questi nostri tempi è in voga un pregiudizio: quello secondo cui
le religioni, le culture, le appartenenze politiche diverse siano mondi
a sé, che dunque non possono né dialogare né tanto meno intendersi, a
meno di perdere la propria originaria purezza, la propria radice più
autentica.
Quando ho conosciuto Chiara Lubich, quel che più mi ha colpito del suo
pensiero è stata proprio la capacità di vedere oltre i muri, i
pregiudizi, i fondamentalismi. Non è che Chiara —mi permetto di
chiamarla così perché così lei voleva—ignorasse le differenze ma, come
se fosse dotata di una vista più lunga degli altri, sapeva guardare
anche oltre, sapeva riconoscere in chiunque la nostra comune, povera
umanità. Sentiva anche lei la cacofonia di questo nostro mondo, ma
pensava che un direttore d’orchestra e dei musicisti di buona volontà
potessero accordare gli strumenti più disparati e trasformare il chiasso
in una sinfonia.
Era questa sua capacità di visione, io credo, a conferirle un carisma
a cui era impossibile non soggiacere, che si fosse laici o credenti,
che si pregasse o meno lo stesso Dio.
Come San Francesco andò a incontrare il «feroce Saladino », così Chiara
ha portato i suoi focolari nei cinque continenti e ai fedeli di tutte le
religioni. Nasce da qui la persuasione che la fraternità tra gli uomini
non sia solo possibile, ma obbligatoria, come Chiara stessa ha ben
spiegato in un discorso al parlamento europeo: «Chiunque, da solo, si
accinge oggi a spostare le montagne dell’indifferenza, se non dell’odio
e della violenza, ha un compito immane. Ma ciò che è impossibile a
milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che
ha fatto della fraternità universale il movente essenziale della vita».
Oggi la sua morte non solo ci addolora, ma ci priva di una figura
importante, per la nostra città e per il mondo intero. Ci resta, per
fortuna, il tesoro della sua straordinaria esperienza. Ci resta
l’appello, lanciato a Cadine l’11 giugno 2001, a fare di Trento una
città «ardente» e appassionata.
Ci resta la sua storia straordinaria, che comincia proprio qui, sotto
le bombe del 1943. La città allora era un cumulo di macerie tra cui
si aggiravano persone che avevano perso ogni cosa. In mezzo al niente,
Chiara decide con l’entusiasmo e la determinazione tipici dei giovani
che deve fare «tutto» per tutti i poveri: «Volevamo concorrere a
risolvere il problema sociale della nostra città», raccontò Chiara nel
suo discorso al Palasport del giugno 2001. È un programma arduo, che
nasce da una scelta spirituale, ma ha ricadute che non possono non
richiamare un impegno immediatamente politico.
Mi pare che Chiara, in tutto il suo percorso, sia sempre rimasta fedele
al compito di saldare la spiritualità al fare, l’utopia alla
concretezza.
Oggi viviamo in un’epoca in cui l’azione politica e la riflessione
spirituale di rado si intrecciano, si contaminano, si arricchiscono a
vicenda. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la politica si è
inaridita e impoverita, la spiritualità ha perso la capacità di
incarnarsi, di guidare le azioni degli uomini. Con la sua stessa vita,
Chiara invece ci mostra che l’utopia e la concretezza non sono
dimensioni inconciliabili, ma devono anzi coesistere se non vogliamo
cadere nel velleitarismo o nell’attivismo cieco.
Ambasciatrice di Trento nel mondo, Chiara Lubich è colei che
meglio ha saputo incarnare la vocazione di questa terra, vocazione al
dialogo, all’accoglienza, all’impegno civile e religioso. È per questo
un punto di riferimento e insieme un pungolo per tutti noi, perché nella
nostra quotidianità sappiamo tener viva la passione per gli altri, la
cosa pubblica, l’ambiente.
Di questo non le saremo mai abbastanza grati.
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