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Chiara profetica. Chiara eroe della carità. Chiara che realizza
il suo sogno di ragazza, gettandosi infine tra le braccia di Gesù, lo
“sposo mistico”. Il cardinale Tarcisio Bertone non usa mai la parola
santa, ma di fronte al feretro della fondatrice del Movimento dei
focolari, il segretario di Stato Vaticano, la traccia con parole che
descrivono le virtù di chi è (pre)destinato ad essere innalzato sugli
altari della Chiesa. E non a caso Bertone ha ricordato, paragonandoli a
Chiara Lubich, altri “eroi della carità” del XX secolo che oggi sono
venerati, come madre Teresa di Calcutta e don Orione.
Che sia un funerale fuori dalla norma non lo testimoniano solamente le
decine di migliaia di persone che, da tutto il mondo, hanno raggiunto
ieri la basilica di San Paolo fuori le mura, a Roma. Nelle prime file,
dove ci sono le compagne trentine (le “pope”) dei primi giorni, i più
stretti collaboratori di Chiara Lubich, i familiari, i volti sono
caratterizzati da un sorriso rassicurante, tratto comune in chi vive la
spiritualità del focolare. Decine di cardinali e vescovi affollano la
basilica, a centinaia i sacerdoti ed i religiosi, i cori Gen ad
accompagnare la cerimonia funebre.
La splendida basilica di San Paolo non è stata una scelta casuale per
l’ultimo saluto alla fondatrice dei Focolarini perchè rappresenta uno
dei più importanti simboli dell’ecumenismo. Il dialogo (con tutti in
verità, cristiani e non) è stato uno dei pilastri del carisma di Chiara
Lubich, una delle strade verso quell’ideale dell’unità (“farsi uno con
tutti”) coltivato sin dal primo giorno della sua missione.
Prima dell’inizio del funerale i rappresentanti delle chiese
cristiane e delle altre fedi religiose si sono alternati sul pulpito
per esprimere il proprio grazie per quanto fatto da Chiara Lubich: «Un
baluardo di evangelizzazione e di dialogo, a prescindere dal credo
religioso», ha detto il metropolita Zervos Gennadios, della Chiesa
Ortodossa. «Quella di Chiara è una profezia dolce ma esigente», ha
aggiunto Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.
Sono le 14.20 quando il feretro varca la soglia di San Paolo. Ci
vogliono cinque minuti prima che l’applauso si spenga nelle navate. Poi
sulla bara, oltre al Vangelo, vengono deposti tre garofani rossi,
ripercorrendo così il gesto compiuto da Chiara Lubich il 7 dicembre del
1943: dopo aver detto il suo “sì” a Dio (dando così vita,
inconsapevolmente allora, al Movimento che avrebbe diffuso in tutto il
mondo) portò tre fiori ai piedi del crocifisso che la vide testimone
della piena adesione a Gesù.
Il brano del Vangelo non poteva che essere il “testamento di Gesù”, dove
Giovanni riporta le parole che hanno segnato la vita della donna
trentina: «Che tutti siano uno». «Ora tutto è veramente compiuto - ha
detto il cardinal Bertone nell’omelia - il sogno degli inizi si è fatto
verità. Chiara incontra colui che ha amato senza vedere e, piena di
gioia, può esclamare: “Sì, il mio Redentore è vivo!”»
Il cardinale ha poi paragonato la Lubich ad uno di quegli astri
lucenti che hanno caratterizzato un secolo, il ventesimo, tutt’altro
che privo di sofferenze. Chiara però, a differenza di altri, non si è
preoccupata di realizzare opere di assistenza, ma si è dedicata “con
stile umile e silenzioso,” ad “accendere l’amore di Dio nei cuori”. Il
segretario di Stato Vaticano ha infine sottolineato il dono della
profezia che aveva Chiara Lubich, spesso capace, con le sue intuizioni,
di anticipare quello che solo più tardi i vari papi avrebbero compreso e
divulgato ai fedeli.
L’ultimo atto del funerale (che è stato “presentato” dal medico trentino
Paolo Crepaz) è un estratto di alcune interviste a Chiara Lubich. Le
immagini scorrono sui maxi-schermi e Chiara risponde ad una domanda: «Mi
dicono che ho tante responsabilità, ma in realtà non è vero: tutta la
responsabilità di queste opere è nelle mani di Dio». E’ un momento di
grande commozione, di lacrime. «Ciao Chiara», urla qualcuno mentre il
feretro lascia San Paolo per tornare nella casa di Rocca di Papa.
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