L'Adige, 23.03.2008

 

di Luigi Sardi



Era proprio lei, la maestra Chiara, la più attesa, quella che portava allegria fra i bambini che vivevano nel rifugio antiaereo della Busa, là dove via Grazioli incontra il torrente Fersina. Molto attesa anche perché aveva sempre quel bottiglione con l'aranciata fatta con le cartine, unico alimento dal sapore dolce fra pochissimi cibi senza sapore. E qualche volta portava un po' di marmellata e la pasta d'acciughe. I capelli trattenuti da un grande nastro, il passo svelto, passava fra la gente che ormai viveva in quel budello di roccia. Lei donava razioni di pane, qualche sigaretta, una coperta, un paio di scarpe, autentici tesori in quell'epoca fatta di miseria, di fame, di terrore. E si fermava vicino a quelle rozze brande sulle quali erano stesi materassi senza più forme, a parlare con gli anziani che da quei letti non si muovevano quasi più.
Dopo il bombardamento del 13 maggio 1944 che aveva duramene investito il rione di San Martino, via Oriola, le case di piazza Lodron, l'albergo Aquila Nera in via Schivabriga che bruciò per due giorni e due notti, via Mantova all'epoca dedicata ad Italo Balbo che fu un ras del fascismo, la stazione, piazza Centa, via Brennero e Muralta, si viveva sulla soglia dei rifugi. Sempre più spesso, di giorno e di notte, l'urlo della sirena squarciava una città da tempo divenuta silenziosa, dove non si sentiva il canto di una donna né il gridare gioioso dei bambini.

Vedevi la gente uscire dalle case, chi con uno zaino in spalla o una valigia in mano, oppure una borsa con le cose preziose: la tessera annonaria, qualche soldo, un po' di quel cibo sempre più scarso, qualche oggettino d'oro, le fotografie di padri, o figli, o mariti, o fidanzati dei quali, dopo l'8 settembre del 1943, non si sapeva più niente. Erano per lo più donne, bambini, anziani perché gli uomini erano rimasti al di là delle linee, prigionieri degli anglo americani o dei russi, o trasferiti dai tedeschi in lontani campi di concentramento, essendo una esigua minoranza quelli che erano entrati nelle armate della repubblica di Salò per continuare a combattere una guerra perduta.

Correvano in silenzio e sulle soglie dei rifugi, sorvegliati da soldati germanici armati, si ammassavano per entrare in quel budello scavato nella roccia, appena illuminato da lampade elettriche o da lanterne a petrolio che mandavano una luce fioca, in un tanfo di sudore, di sporco, di urina, di vomito, con zaffate di quel terribile disinfettante irrorato da una crocerossina con la pompetta del flit. Poi, in un silenzio diventato totale, li sentivi arrivare. Un rombo lontano, regolare, crescente, sempre più forte, sempre più vicino. E tutto, nel rifugio, cominciava a tremare. La ghiaia del pavimento, la gente che ti stava vicino, la luce delle lampadine e delle lampade a petrolio, la fiammella della candela che ardeva davanti ad una immagine tutta azzurra della Madonna, collocata in una nicchia verso la quale si volgevano occhi pieni di paura.

I soldati tedeschi stavano sull' ingresso, addossati al muro paraschegge di cemento, gli elmetti in testa, i fucili sulle spalle, la sigaretta in bocca, le bombe a mano infilate nel cinturone. Entravano nel rifugio e gridavano: tutti giù, seduti. Poi di colpo, il tuonare delle artiglierie, il sibilo orrendo delle bombe che cadevano, le esplosioni e nelle gallerie dove si faceva fatica a respirare perché l'aria era piena di pulviscolo, le luci si spegnevano e c'era chi piangeva, chi pregava, la roccia tremava e il tuono delle bombe diventa un dolore insopportabile.

Il rifugio era stato scavato in cima a via Grazioli, alla Busa, un ingresso di fronte al Pastificio Tomasi, oggi elegante dimora, e l'altro più su, quasi vicino allo scorrere della Fersina. Una galleria stretta, nella quale si aprivano pertugi, chiamati pomposamente stanze. Una era l'infermeria con due lettini di ferro smaltati di bianco dov'era più acuto l'odore del disinfettante; un altro era una latrina comune con un tanfo insopportabile. Poi c'era un altro buco: era il ricovero per i bambini lattanti con tre lettini e alcune culle di vimini.

I più grandicelli, quelli delle elementari, erano raggruppati in un'altra «stanza»: qualche panca di legno, una seggiola, una lavagna. E la maestra Chiara una volta portò i gessi colorati, mai visti prima, e li consegnò al maestro Dellantonio che, con tantissima bravura, disegnò il lago di Carezza nel quale si specchiavano le Dolomiti.

Nel 1943, alle ore 12 del 3 settembre, il primo, grande bombardamento di Trento aveva devastato il rione della Portela, facendo una strage, soprattutto nell'edificio della Cassa Malati e ancor oggi, nonostante il sapiente restauro, sulle pietre della chiesa di Santa Maria Maggiore si possono vedere i segni delle schegge.

 

Proprio quel giorno in Sicilia, a Cassibile e nella grande tenda delle mensa dello Stato Maggiore americano, Giuseppe Castellano, all'epoca il più giovane generale del Regio Esercito, aveva firmato, di fronte al generale Eisenhower, la resa dell'Italia, preludio all'armistizio dell'8 settembre. Ed era stato all'inizio dell'inverno del 1943 che fu un inverno di fame, di freddo, di neve e di angoscia, che si decise di tenere il più possibile i bambini più piccoli nel rifugi scavati in tutta fretta in piazza Venezia e su, alla Busa, dove ancora si vede l'entrata. Quelli che potevano, erano sfollati: in val di Non, in Valsugana, allontanandosi dalla città, dalla ferrovia del Brennero, nella speranza di poter fuggire alla guerra che, a qualsiasi ora, piombava dal cielo.

Ed è in quell'inverno che, nei budelli aperti nella roccia, cominciò a comparire la «signora maestra Chiara», con quel gruppo di ragazze, giovani come lei, che non avevano lasciato la città, ma avevano scelto di vivere le miserie fra quella gente travolta dalla guerra. Si fermavano accanto alle persone più deboli, aiutandole a mangiare, a muovere qualche passo, a lavarsi un po' il viso; insegnavano le aste ai bambini di via Venezia, via delle Cave, via Grazioli, della Busa. Qualche volta li facevano cantare. Spesso tornavano verso sera, a recitare il Rosario. La maestra Chiara stava in piedi, attorno a lei le donne erano in ginocchio, gli occhi fissi sulla Madonna, le orecchie tese al primo lamento della sirena.

Era la primavera, forse l'estate del 1944, la fame si faceva sentire sempre di più e nel rifugio si sentiva dire che neanche la maestra Chiara non era riuscita a trovare né pane né farina. E la fine della guerra era ancora molto lontana.
 

Luigi Sardi