|
|
L'Adige, 23.03.2008 |
|
|
|
di Luigi Sardi |
|||
|
Correvano in silenzio e sulle soglie dei rifugi, sorvegliati da soldati germanici armati, si ammassavano per entrare in quel budello scavato nella roccia, appena illuminato da lampade elettriche o da lanterne a petrolio che mandavano una luce fioca, in un tanfo di sudore, di sporco, di urina, di vomito, con zaffate di quel terribile disinfettante irrorato da una crocerossina con la pompetta del flit. Poi, in un silenzio diventato totale, li sentivi arrivare. Un rombo lontano, regolare, crescente, sempre più forte, sempre più vicino. E tutto, nel rifugio, cominciava a tremare. La ghiaia del pavimento, la gente che ti stava vicino, la luce delle lampadine e delle lampade a petrolio, la fiammella della candela che ardeva davanti ad una immagine tutta azzurra della Madonna, collocata in una nicchia verso la quale si volgevano occhi pieni di paura. I soldati tedeschi stavano sull' ingresso, addossati al muro paraschegge di cemento, gli elmetti in testa, i fucili sulle spalle, la sigaretta in bocca, le bombe a mano infilate nel cinturone. Entravano nel rifugio e gridavano: tutti giù, seduti. Poi di colpo, il tuonare delle artiglierie, il sibilo orrendo delle bombe che cadevano, le esplosioni e nelle gallerie dove si faceva fatica a respirare perché l'aria era piena di pulviscolo, le luci si spegnevano e c'era chi piangeva, chi pregava, la roccia tremava e il tuono delle bombe diventa un dolore insopportabile. Il rifugio era stato scavato in cima a via Grazioli, alla Busa, un ingresso di fronte al Pastificio Tomasi, oggi elegante dimora, e l'altro più su, quasi vicino allo scorrere della Fersina. Una galleria stretta, nella quale si aprivano pertugi, chiamati pomposamente stanze. Una era l'infermeria con due lettini di ferro smaltati di bianco dov'era più acuto l'odore del disinfettante; un altro era una latrina comune con un tanfo insopportabile. Poi c'era un altro buco: era il ricovero per i bambini lattanti con tre lettini e alcune culle di vimini. I più grandicelli, quelli delle elementari, erano raggruppati in un'altra «stanza»: qualche panca di legno, una seggiola, una lavagna. E la maestra Chiara una volta portò i gessi colorati, mai visti prima, e li consegnò al maestro Dellantonio che, con tantissima bravura, disegnò il lago di Carezza nel quale si specchiavano le Dolomiti. Nel 1943, alle ore 12 del 3 settembre, il primo, grande bombardamento di Trento aveva devastato il rione della Portela, facendo una strage, soprattutto nell'edificio della Cassa Malati e ancor oggi, nonostante il sapiente restauro, sulle pietre della chiesa di Santa Maria Maggiore si possono vedere i segni delle schegge.
Proprio quel giorno in Sicilia, a Cassibile e nella grande tenda delle mensa dello Stato Maggiore americano, Giuseppe Castellano, all'epoca il più giovane generale del Regio Esercito, aveva firmato, di fronte al generale Eisenhower, la resa dell'Italia, preludio all'armistizio dell'8 settembre. Ed era stato all'inizio dell'inverno del 1943 che fu un inverno di fame, di freddo, di neve e di angoscia, che si decise di tenere il più possibile i bambini più piccoli nel rifugi scavati in tutta fretta in piazza Venezia e su, alla Busa, dove ancora si vede l'entrata. Quelli che potevano, erano sfollati: in val di Non, in Valsugana, allontanandosi dalla città, dalla ferrovia del Brennero, nella speranza di poter fuggire alla guerra che, a qualsiasi ora, piombava dal cielo. Ed è in quell'inverno che, nei budelli aperti nella roccia, cominciò a comparire la «signora maestra Chiara», con quel gruppo di ragazze, giovani come lei, che non avevano lasciato la città, ma avevano scelto di vivere le miserie fra quella gente travolta dalla guerra. Si fermavano accanto alle persone più deboli, aiutandole a mangiare, a muovere qualche passo, a lavarsi un po' il viso; insegnavano le aste ai bambini di via Venezia, via delle Cave, via Grazioli, della Busa. Qualche volta li facevano cantare. Spesso tornavano verso sera, a recitare il Rosario. La maestra Chiara stava in piedi, attorno a lei le donne erano in ginocchio, gli occhi fissi sulla Madonna, le orecchie tese al primo lamento della sirena.
Era la primavera, forse
l'estate del 1944, la fame si faceva sentire sempre di più e nel rifugio
si sentiva dire che neanche la maestra Chiara non era riuscita a trovare
né pane né farina. E la fine della guerra era ancora molto lontana. |
|
Luigi Sardi |